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Tariffe usa: hedge funds ingaggiano moda in crisi, un nuovo mercato nasce

Il rimbalzo delle tariffe internazionali imposte dall'amministrazione Trump continua a generare ondate d'urto nel settore della moda. Mentre la Corte Suprema ha invalidato i poteri di emergenza economica del Presidente, le aziende che hanno riversato miliardi in dazi si trovano ancora in attesa di chiarimenti su come e quando potranno ricevere i rimborsi promessi – se mai lo faranno. E nel frattempo, è emerso un mercato secondario inatteso, alimentato dalla necessità di liquidità immediata.

Hedge funds e moda: un matrimonio di convenienza

La lunga attesa per i rimborsi, stimati in ben 166 miliardi di dollari, ha spinto alcuni marchi a prendere decisioni finanziarie ad alto rischio: accettare un anticipo in contanti scontato o attendere, senza garanzie, che le autorità federali saldino il debito. Questa incertezza ha dato vita a un mercato parallelo dove hedge fund si avvicinano ai marchi di moda, proponendo l'acquisto dei crediti d'imposta a un prezzo inferiore in cambio di liquidità immediata. In sostanza, si tratta di trasformare obbligazioni governative in asset negoziabili.

Tra i nomi più citati dagli addetti ai lavori spiccano King Street Capital e Oppenheimer, mentre alcune banche agiscono da intermediari, facilitando gli accordi senza assumersi il rischio diretto. Come sottolinea Tom Janover, partner di Herbert Smith Freehills Kramer, “È una situazione dinamica, dove le motivazioni di ogni azienda che detiene un credito sono diverse, il che richiede una negoziazione individualizzata”.

Oltre la crisi: liquidità e strategie

Oltre la crisi: liquidità e strategie

Contrariamente a quanto si pensava inizialmente, il mercato non è riservato solo ai marchi in difficoltà finanziarie. Anche aziende più grandi, con funzioni di tesoreria sofisticate, stanno partecipando, spinte meno da una debolezza finanziaria che da una forte necessità di liquidità. Neil Saunders, managing director retail di GlobalData, commenta: “Nessuno sa veramente come sarà il processo di rimborso, quanto durerà o se avverrà effettivamente. Si tratta di una mentalità molto pragmatica: un uccello in mano vale due nel cespuglio”.

La logica è semplice: convertire un credito futuro in denaro contante, una pratica ben nota nel settore del factoring. Tuttavia, l'arrivo del 31 marzo, con la dichiarazione di Brandon Lord, executive director del programma commerciale della US Customs and Border Protection (CBP), ha portato una nota di ottimismo – seppur temperato. Secondo le stime, il sistema CAPE (Consolidated Administration and Processing of Entries) dovrebbe iniziare a emettere rimborsi entro i primi di giugno, con una copertura iniziale del 63% delle importazioni.

Un labirinto burocratico e le implicazioni legali

Un labirinto burocratico e le implicazioni legali

Nonostante le promesse, restano ancora incertezze. Il 37% restante, comprensivo delle pratiche in fase di verifica o con contestazioni in corso, sarà gestito in fasi successive, senza una tempistica precisa. Anche per le pratiche ammissibili, il CBP si è impegnato in un processo di 45 giorni dopo l'accettazione della dichiarazione. Inoltre, solo il 78% degli importatori ha completato la registrazione elettronica, e il componente di elaborazione massiva del CAPE è al 60%. Steve Lamar, presidente e CEO dell'American Apparel & Footwear Association, sollecita: “Questi rimborsi devono essere restituiti agli importatori in modo completo, rapido e automatico”.

Il mercato dei crediti d'imposta ha iniziato a prendere forma già nell'autunno scorso, quasi contemporaneamente all'inizio delle prime cause contro le tariffe IEEPA. I prezzi, che inizialmente si aggiravano intorno ai 15 centesimi per dollaro, sono saliti fino all'80% attuale, riflettendo l'evoluzione del quadro legale. Un affare in corso coinvolge un credito di circa 80 milioni di dollari, venduto a 79 centesimi, per una liquidità immediata di circa 63,2 milioni.

Tuttavia, le società quotate in borsa sembrano restare a margine, a causa delle implicazioni in termini di divulgazione verso gli azionisti. Ma alcuni marchi privati del settore hanno ricevuto proposte simili, evidenziando come la valutazione di questi crediti rifletta più la tempistica prevista per il recupero che il loro effettivo valore.

L'industria della moda, abituata al factoring, vede in questa operazione un'estensione logica della sua prassi commerciale: vendere i crediti e ottenere liquidità immediata. Eric Fisch, senior vice president di HSBC, sottolinea: “La liquidità è sempre un vantaggio competitivo”. Gary Wassner, CEO di Hilldun, aggiunge che i costi di progettazione e produzione sono sostenuti mesi prima della spedizione, rendendo il ritardo dei rimborsi un problema. Da non dimenticare che molti marchi hanno già contabilizzato le tariffe come spese, quindi il rimborso rappresenta un recupero, non un ricavo atteso.

Infine, l'esclusione delle pratiche in contestazione dalla prima fase del rimborso ha creato ulteriori complicazioni. Ma, come sottolinea Angela Santos di ArentFox Schiff, “La situazione è fluida e può cambiare giorno per giorno”. La vera domanda è se la rapidità dei rimborsi sarà all'altezza delle aspettative, altrimenti il mercato dei crediti d’imposta continuerà a prosperare in questo limbo burocratico.

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