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Agricoltura rigenerativa: promessa verde o filosofia da campo?

L'agricoltura rigenerativa è diventata l'ultima ossessione del settore moda, dipinta come la panacea per i mali ambientali del pianeta. Ma dietro l'entusiasmo si nasconde un'evidente mancanza di dati concreti, una lacuna che mette a dura prova la credibilità di questa pratica e delle aziende che la abbracciano.

La scienza vacilla, l'entusiasmo resiste

Il concetto è semplice: pratiche agricole che ripristinano la salute del suolo, la biodiversità e i cicli dell'acqua, mitigando i cambiamenti climatici e contrastando la degradazione delle terre. Un sogno, certo, ma la realtà è ben diversa. Secondo un recente studio, le fibre rigenerative rappresentano solo il 2-3% del mercato globale, una fetta minima che mette in discussione le promesse di trasformazione radicale del settore.

Richard Eckard, docente di agronomia all'Università di Melbourne, è lapidario: “L’agricoltura rigenerativa appartiene al dipartimento di filosofia, non a quello di agricoltura. Abbiamo analizzato le affermazioni dei sostenitori e, alla ricerca di prove concrete, non ne troviamo.” Il problema è la stessa definizione: troppo ampia, troppo vaga, impossibile da misurare con rigore scientifico. I ricercatori preferiscono analizzare variabili specifiche, mentre la rigenerazione è per sua natura un approccio olistico e complesso.

Le ricerche sono costose, difficili da replicare in diversi contesti geografici e climatici, spesso mancano di un gruppo di controllo e richiedono anni di monitoraggio costante. A complicare ulteriormente il quadro, una proliferazione di certificazioni “rigenerative”, ognuna con i propri criteri e metodologie, genera confusione e rende difficile la comparazione.

Dalle promesse ai dati: la sfida di lundgren

Dalle promesse ai dati: la sfida di lundgren

C’è chi, però, non si arrende. Jonathan Lundgren, scienziato, agroecologo e agricoltore, ha raccolto dati da oltre 1.700 aziende agricole rigenerative e convenzionali in Nord America. Il suo studio, “1,000 Farms”, tenta di valutare l’impatto di questo approccio attraverso indicatori chiave come la biodiversità, i cicli dell’acqua, la salute del suolo, l’inquinamento, la redditività e il benessere degli agricoltori.

“Prendere una prospettiva di sistema è ciò che rende questo studio così unico”, afferma Lundgren. “Analizzare così tanti elementi contemporaneamente ci offre una comprensione più profonda delle potenzialità dell’agricoltura rigenerativa.” I risultati preliminari sono incoraggianti: maggiore biodiversità, con un aumento significativo di uccelli, insetti e piante, e una salute del suolo notevolmente migliorata, con una maggiore abbondanza di microrganismi.

Suolo, acqua, biodiversità: i primi segnali positivi

Suolo, acqua, biodiversità: i primi segnali positivi

È ormai risaputo che i terreni coltivati con pratiche rigenerative presentano una maggiore fertilità, con una struttura più porosa e una maggiore diversità di batteri e funghi. Lo studio “1,000 Farms” suggerisce un aumento del 60% della biomassa microbica totale e dell’abbondanza batterica, quasi il triplo dei funghi totali e un aumento di oltre il 350% dei funghi micorrizici arbuscolari, cruciali per l'assorbimento dei nutrienti da parte delle piante. Questi dati sono supportati da studi che evidenziano livelli più elevati di materia organica nel suolo, punteggi di salute del suolo e concentrazioni di vitamine, minerali e fitonutrienti nei raccolti.

Un suolo sano trattiene più acqua, riducendo il ruscellamento e l'erosione, un aspetto cruciale per un settore come la moda, notoriamente assetato d'acqua e vulnerabile a eventi climatici estremi. Ogni aumento dell'1% della materia organica nel suolo consente di trattenere fino a 20.000 galloni d'acqua in più per acro.

Il carbonio: tra ottimismo e scetticismo

L'aspetto più controverso riguarda la capacità dell'agricoltura rigenerativa di sequestrare il carbonio, contribuendo a mitigare le emissioni di gas serra del settore. Alcune aziende hanno persino etichettato i loro prodotti come “carbon positive”, sostenendo che il carbonio sequestrato supera quello emesso. Ma qui la scienza è ancora divisa: quanto carbonio viene effettivamente sequestrato nel suolo e per quanto tempo rimane lì?

Shelby McClelland, ricercatrice alla Stony Brook University, avverte: