Arte: traviando le linee, un grido di umanità
Il mondo ci dice cosa sia e dovrebbe essere l’Arte, spesso indicandoci come realizzarla. Giullio II, nel 1508, impartiva a Michelangelo l’ordine di affrescare la Cappella Sistina, mentre l’artista desiderava solo scolpire. Più recentemente, Giuliani, con la sua iconica critica al dipinto di Ofili del ‘99, ha incarnato quella stessa diffidenza anti-Arte: "Se io posso farlo, non è Arte, perché non sono un grande artista e potrei inventarmi come assemblare questo [dipinto]».
La paura di non essere artisti
Ho sentito quella frase di nuovo, di fronte a un’opera di Ryman al Dia:Beacon, e mi sono sentito mortificato, per il timore che i dipinti stessi potessero ascoltare. Un senso di malinconia, legato a tutte le pressioni sociali che gravano sugli artisti e le loro creazioni – come vengono realizzate, chi è l'artista, chi può comprenderle – ha invaso me. Questo sentimento è affrontato in modo diretto da Megan O’Grady nel suo libro, ‘How It Feels to Be Alive’, un viaggio intimo tra Arte e artisti, dalla prima visita dei bambini al Nelson-Atkins Museum of Art a Kansas City, Missouri, fino al suo ruolo di professore all’Università del Colorado.
O’Grady racconta come una recensione di un romanzo o di una mostra che nega la pertinenza o la capacità di toccare lo spettatore, evochi la storia di una coppia prossima alla perdita, consumata dal dolore. La capacità di riconoscersi negli altri, di provare compassione, è ciò che ci rende umani. La sua analisi si concentra su opere di Martin, Kruger, Pope.L e Pepper, contestualizzandole nella sua vita e offrendo uno spaccato sulla complessità dell'interpretazione artistica.

Il confine dell’espressione
‘Friendship’ di Agnes Martin, un grigio campo di foglia d'oro, è un invito a superare i confini, come suggerisce l’artista: “come si attraverserebbe una spiaggia vuota per guardare l’oceano”. L’opera ci sospende, ci fa sentire parte di qualcosa di più grande. Martin, nata in Saskatchewan e poi vissuta in solitudine sul Plateau del Colorado, ha trovato ispirazione nella figura di Tawney, che le donò ‘White Flower’, un’opera che ha segnato l'inizio della sua carriera. La sua lettera di ringraziamento è un’analisi dei limiti dell’emozione, un tentativo di non soffocare la gratitudine con una definizione troppo precisa.
Ma c’è un dettaglio cruciale: il progetto ‘Flint Water Project’ di Pope.L, un’installazione che denuncia le disuguaglianze razziali e di classe che affliggono le città americane. La sua opera ci invita a percepire il nostro corpo in sicurezza, in pericolo, a definire il confine tra questi due stati, una sorta di “propriocezione” che ci connette agli altri. La domanda, come suggerisce uno studente, non è “Dov’è la casa?”, ma “Come possiamo costruirla?”.
E alla fine, contemplando le sculture monumentali di Beverly Pepper, O’Grady ci ricorda che il mondo è simultaneamente in fine e in divenire. Anche nei rovine di Chaco Canyon, minacciate dallo sfruttamento del fracking, si può intravedere la genialità di una civiltà che ha saputo gestire le risorse in un ambiente ostile. Un monito, un’eco di un sapere che, come suggerisce un’antica pietra, ci invita a non dimenticare il nostro posto nel mondo.