Martha graham: un secolo di danza, un'eredità immortale
A cento anni dalla sua prima esibizione, la leggendaria Martha Graham non è solo un nome scolpito nella storia della danza moderna, ma un'eco vibrante che continua a risuonare nei palcoscenici di tutto il mondo. Un’eredità che viene celebrata con un documentario imperdibile e una serie di performance che riaccendono la fiamma di una rivoluzionaria.
Dalle radici antiche all'america contemporanea
Graham, una figura che ha quasi abbracciato l'intero Novecento, guardava con la stessa intensità al mondo degli antichi e alle inquietudini del presente. Le sue opere, esplorazioni audaci di pulsioni edipiche e dell'incombente fascismo, sono state illuminate da scenografie minimali e suggestive create da Isamu Noguchi e, successivamente, da abiti iconici firmati da Halston e Calvin Klein. Ma la sua visione non si limitava al palcoscenico: Graham si sentiva profondamente legata al tessuto americano, come testimoniato dalla sua collaborazione con Aaron Copland per Appalachian Spring (1944), un balletto ottimista che celebrava lo spirito pionieristico del paese, dove “certi elementi sono vivi in noi, pur essendo del passato”, affermava.
We Are Our Time, il nuovo documentario in due parti in onda su PBS, scava oltre l’immagine dell’artista visionaria, concentrandosi sulla vitalità della Martha Graham Dance Company. Attraverso prove, tour bus e la magia del palcoscenico, il film svela la forza del legame che unisce i ballerini e la loro dedizione a un’Arte che parla direttamente all’anima: “Non danzi per mille persone, danzi per mille ‘uno’”, diceva Graham, e questo film ne è la prova.

Un secolo di innovazione e resilienza
Dalla sua prima esibizione al 48th Street Theatre di New York nel 1926, la compagnia ha attraversato un secolo di cambiamenti, mantenendo intatta la sua identità. Il centenario è un trionfo, un'occasione per celebrare un repertorio in continua evoluzione, guidato dall’attuale direttrice artistica Janet Eilber, che ha saputo mantenere vivo lo spirito di Graham, accogliendo nuove creazioni come We the People di Jamar Roberts, un'opera che fonde la tradizione con la musica di Rhiannon Giddens e un'energia contagiosa.
Il documentario ci porta anche in Cina, subito dopo la riapertura delle frontiere, dove Xin Ying, prima ballerina, si ritrova a commuoversi di fronte alla madre, mentre sua figlia, nata in America, cerca di comprendere le radici della propria identità. E in Italia, Leslie Andrea Williams, in una piazza di Bologna, incarna Spectre-1914, un monito contro il fascismo che risuona ancora oggi con forza. La scelta di non girare in bianco e nero questa scena, come racconta il regista Cyndee Readdean, è stata una dichiarazione d'intenti: la danza di Graham è colore, è vita, è un grido che non può essere silenziato.
Ma il tempo è inesorabile. La sede della compagnia a Westbeth, un luogo simbolo, dovrà essere abbandonata a breve. E la memoria, spesso fragile, rischia di svanire. “L'unico registro dell'Arte di un ballerino risiede nelle altre arti”, aveva scritto Graham in riferimento alle fotografie di Barbara Morgan. E il documentario, con la voce evocativa di Meryl Streep, è un prezioso tassello di questo mosaico.
Peter London, veterano della compagnia, riassume perfettamente l’essenza del messaggio di Graham: “Draw inside that sweet sacred place of your soul”. Un invito a scavare nel profondo di sé, a trovare la forza e la bellezza anche nell’oscurità. Un’eredità che continua a ispirare e a illuminare il mondo, dimostrando che, come affermava Graham, “No artist is ahead of his time. He is his time”.
E questo, oggi più che mai, è un messaggio che risuona con urgenza e speranza.