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All the president’s men: la verità che ancora brucia a cinquant'anni

Cinquant'anni dopo, le parole di Deep Throat risuonano con un'eco inquietante: “Dimenticate i miti che i media hanno creato sulla Casa Bianca. La verità è che non sono persone molto brillanti. E le cose sono sfuggite di mano.” Rivedere All the President’s Men, un thriller politico che ha segnato un'epoca, mentre il mondo assisteva a un discorso televisivo di Donald Trump, è stato come confrontare un dramma teatrale con una tragicommedia improvvisata.

Il watergate, un'ombra lunga sul presente

Il caso Nixon e il suo tentativo, a dir poco farfallesco, di insabbiare l'irruzione nel quartier generale dei Democratici all'Hotel Watergate, appare quasi pittoresco se paragonato al flusso continuo di errori, bugie e fallimenti del suo successore. Deep Throat, l'informatore anonimo che ha guidato Woodward e Bernstein verso la verità, sembrava quasi ridere con sarcasmo di fronte all'attuale situazione, un quadro di guerra incombente, economia in caduta libera e divisioni politiche paralizzanti.

Ma la risata si strozza in gola. Perché, a ben vedere, la situazione non è poi così diversa. L'integrità nazionale, compromessa allora, sembra essersi erosa ulteriormente, lasciando un vuoto profondo e difficile da colmare. Il lavoro di Woodward e Bernstein, premiato con il Pulitzer nel 1973, non solo aveva portato alla luce la corruzione, ma aveva galvanizzato l'opinione pubblica e innescato le indagini che avrebbero portato alle dimissioni di Nixon e all'incarcerazione di numerosi complici.

Il Cinema come catalizzatore di speranza. La trasposizione cinematografica, con Robert Redford e Dustin Hoffman nei panni dei reporter, aveva amplificato quell'ispirazione, incoraggiando una generazione di giovani a intraprendere la carriera giornalistica. Un'ondata di entusiasmo che, purtroppo, sembra lontana anni luce. Ray Nelson, all'epoca associato dean della Medill School of Journalism, aveva profetizzato: “Dio ci aiuti quando Robert Redford farà quel film.” Un problema meraviglioso, certo, ma che oggi appare quasi una maledizione.

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Dall'inchiesta al blockbuster: una cronaca fulminante

La velocità con cui la storia del Watergate è stata immortalata sullo schermo è impressionante. Meno di due anni dopo le dimissioni di Nixon, All the President’s Men diventava un successo clamoroso. L'apertura del film, con la macchina da scrivere che fissa la data del 17 giugno 1972, l'arresto dei cinque uomini nel Watergate, il ruolo cruciale del commesso Frank Wills che ha notato la serratura manomessa – ogni dettaglio è stato ricreato con una precisione sconcertante.

Bernstein si è unito a Woodward, e insieme hanno pubblicato una serie di articoli che hanno gradualmente svelato l'ingente portata della cospirazione. Un'erosione lenta, ma inesorabile, che ha portato Nixon a scegliere le dimissioni piuttosto che l'impeachment. La controversa amnistia concessa da Gerald Ford, definita dallo stesso Ford come un gesto per “chiudere definitivamente questo libro”, si è rivelata una mera illusione. Il film, al contrario, lo ha tenuto aperto, in modo indelebile.

Un cast scomparso, un'eredità immortale. Oggi, quasi nessuno dei protagonisti di All the President’s Men è ancora vivo. Per chi non ha vissuto quel periodo, è difficile immaginare la carica emotiva e la tensione che permeavano l'aria. Era un film strappato dalle pagine dei giornali, e il pubblico, lo stesso che aveva rieletto Nixon, bramava la verità. Un desiderio che sembra essersi affievolito.

La parabola di Woodward e Bernstein, il successo del film, lo stile di Gordon Willis, la sceneggiatura di William Goldman. Tanti elementi che concorsero a creare un capolavoro. Goldman, con la sua celebre frase “Nobody knows anything”, sembrava aver predetto la fragilità della verità nell'era moderna. All the President’s Men non è solo un film storico, ma un monito, un promemoria di cosa significa cercare la verità, anche quando è scomoda e spaventosa. E, soprattutto, di quanto sia facile perderla di vista.

Un film che, a distanza di cinquant'anni, continua a interrogarci: siamo davvero pronti a difendere la verità, a costo di disturbare i potenti? La risposta, purtroppo, sembra essere tutt'altro che scontata.