Paradise: il finale che sconvolge, tra bowie e riflessioni post-pandemia
Sei anni fa, a pochi giorni dall'inizio di una tempesta che nessuno aveva previsto, mi trovavo seduto proprio qui, con il mio portatile sulla tavola della cucina di mia sorella. Mia nipote, appena nata, era entrata in un mondo oscuro e incerto, dove la scienza e il buon senso faticavano a tenere il passo. Ci siamo barricati, il tempo è trascorso lento, scandito da pomeriggi languidi e caffè freddi comprati attraverso lastre di plexiglass. Quegli anni, come direbbe Teri in una delle scene più toccanti di Paradise, sono stati “belli e terribili”.

Il climax di paradise: tra bowie, bunker e la fragilità umana
Tornato alla stessa tavola per motivi prosaici, l'irruzione di mia nipote, ora bambina in età scolare, mi riporta alla mente la serialità HBO che sta volgendo al termine. L'episodio settimo, “The Final Countdown”, alza la posta, avvicinandosi al finale con una frenesia quasi palpabile. Le allusioni alla pandemia, finora velate, emergono con chiarezza. Il crollo emotivo di Gary, che dichiara che gli anni peggiori del mondo sono stati i migliori della sua vita, e il discorso erudito del Presidente Bradford sulla caduta inevitabile degli imperi, sono riflessioni post-pandemia tra le più intense che abbia visto in televisione.
Paradise, a tratti, inciampa nelle sue ambizioni, soprattutto quando inserisce musiche europee a caso, ma la sua forza magnetica è innegabile. L'episodio si apre e si chiude sottoterra, con un flashback che ci introduce alle procedure di emergenza del bunker, spiegate da Anders con metafore degne di Il Signore degli Anelli. Sappiamo come il bunker reagisce a minacce esterne e interne, ma cosa succede quando tutto accade contemporaneamente? È una domanda legittima, sollevata da un Bradford che non si lascia ingannare dalle apparenze.
Chi è Alex? La risposta arriva alla fine dell'episodio. Anders e Sinatra minimizzano le preoccupazioni di Bradford, ma la storia insegna che nessun impero è immune al declino. E Bradford ha ragione a ricordare che Roma, come i Chicago Bulls del 1998, prima o poi cede. Link e la sua banda di vigilanti assediano il bunker, mentre all'interno Jeremy, Anders e Robinson tentano di forzare le porte. Un caos che si aggiunge al dramma di Xavier Collins, riunito a Teri in un momento di commozione sincera, resa ancora più potente dalle inquadrature a bassa angolazione e dalla luce del sole che filtra tra le scene.
Ma il vero cuore dell'episodio risiede nel confronto finale tra Teri e Gary, interpretato magistralmente da Cameron Britton. La sua supplica, il ricordo di quel piccolo rifugio costruito con Ennis, la paura di essere abbandonato ancora una volta, sono parole che toccano nel profondo. Teri, con la sua compassione, lo convince a rinunciare a Bean, lasciandolo solo al suo posto di posta, un simbolo di solitudine e stabilità. Temo per il futuro di Gary; spero che Paradise gli riservi un finale più felice di quanto meriti.
L'episodio è un concentrato di eventi, a volte persino eccessivo. Ma il ritmo incalzante rende digeribile la valanga di colpi di scena. Presley e Hadley, nel tentativo di liberare Jeremy (che in realtà sta benissimo), vedono il loro ascensore bloccarsi. Gabriela scopre la verità su Sinatra, portando alla scoperta del nome “Alex”, che mette Jane, la sociopatica di turno, nel mirino. E, ciliegina sulla torta, Dylan, figlio di Sinatra, potrebbe essere Link. Alla fine, scopriamo che Alex è il nome in codice del reattore nucleare che Sinatra intendeva disattivare, un dettaglio che spiega la richiesta di Link di vederlo. La sua madre, a quanto pare, era in mezzo ai suoi piani.
Paradise ha mostrato una straordinaria capacità di concentrare eventi e emozioni in un unico episodio. Gary rivela le sue ferite, Teri e Xavier si ritrovano, Sinatra riaccende la fiamma con il marito, confidandogli la possibile resurrezione di Dylan. Paradise, nonostante i suoi momenti di cornicità e il continuo riferimento alla musica che ne dà il nome, si conferma come una delle serie televisive più attese della settimana. Ma ogni regno ha una fine, e se continuerà su questa strada, rischia seriamente di auto-distruggersi.