Affari sporchi e finanze: lo scandalo irs e l'attore politico
Un’operazione opaca, un’ombra lunga sulla giustizia e un imbarazzante balletto di poteri. L’apparente innocuità di un’assegnazione, quella del direttore dell’IRS e del procuratore generale, si sgretola sotto l’analisi più attenta.

Un gioco di potere sospetto
Andrew Harnik, su Lawfare, mette nero su bianco le insidie di questa vicenda, un labirinto di manovre che, a prima vista, sembrano rientrare nei poteri del Presidente. Ma la sensazione di un’operazione ‘sweetheart deal’ – un affare personale – è palpabile. Bower e Columbus smontano le possibili vie legali per bloccare questa manovra, scorgendo ostacoli insidiosi, come la controversia sull’approvvigionamento dei fondi.
La questione dei fondi, in particolare, è un vero e proprio nodo gordiano. L’appello alla ‘Clausola di Apporti’ della Costituzione, un’arma che la Camera avrebbe potuto usare contro le prime trasferte di fondi per il muro al confine, si è rivelata inefficace. Il caso, infatti, è stato archiviato a seguito della sconfitta elettorale e della decisione dell’amministrazione Biden di sospendere il progetto. La Corte d’Appelli di Washington D.C. ha vacato l’opinione, un’anomalia che apre a scenari ancora più complessi.
E qui entra in gioco la pericolosa speculazione. Sebbene improbabile, una causa da parte della Camera o del Senato, sotto controllo democratico, potrebbe ancora essere avanzata. Ma la soluzione più pragmatica, e forse l’unica percorribile, è una legge. Chuck Schumer, leader della minoranza repubblicana al Senato, ha già annunciato l’intenzione di bloccare i fondi tramite emendamenti al pacchetto di bilancio approvato dalla maggioranza. Una battaglia legale, dunque, è solo una possibilità remota.
La vera minaccia risiede, però, nella capacità di “clawback” dei pagamenti già erogati, un’operazione giuridicamente complessa e potenzialmente rischiosa. Il Dipartimento del Tesoro deve certificare ogni singolo pagamento dal ‘Judgment Fund’, e la violazione dell’‘Antideficiency Act’ – ovvero spendere soldi non approvati dal Congresso – costituisce reato. Un rischio, certo, ma non insormontabile, come suggerisce la difesa: un’interpretazione ‘buona fede’ del pagamento potrebbe essere sufficiente a scagionare i responsabili. Tuttavia, contare su un eventuale perdono presidenziale sarebbe un azzardo.
La reazione, all’interno dei repubblicani, è già visibile: John Thune ha espresso le sue perplessità. Un’ondata di ‘nausee’ bipartisan si sta diffondendo anche nella Camera. Se il Congresso si ribellasse, l'amministrazione, con la sua ‘galera’ di personaggi discutibili, avrebbe ottenuto una vittoria inaspettata. È uno scenario da prendere seriamente in considerazione.
In definitiva, questa manovra, lungi dall’essere un semplice errore burocratico, sembra essere un tentativo audace di aggirare i controlli democratici. Un affare sporco, avvolto nell'ombra, che rischia di macchiare la reputazione di un’amministrazione che, a quanto pare, non conosce i limiti del potere.