Profeta falso e segreti inconfessabili: la docu-serie netflix che sciocca
Un culto poligamo, ragazze minorenni coinvolte, un uomo che si erge a messia. La nuova docu-serie Netflix, Trust Me: The False Prophet, svela un mondo di abusi e manipolazioni che lasciano senza fiato. Un'indagine minuziosa, frutto di anni di lavoro, che mette a nudo le dinamiche perverse del gruppo guidato da Samuel Bateman.
La storia di naomi, una scappata dal culto
Al centro della narrazione, Naomi, una giovane donna che ha vissuto in prima persona l'orrore del culto. Rapita dalla sua famiglia, spinta verso un matrimonio con Bateman, Naomi è diventata la tredicesima moglie del falso profeta. Secondo testimonianze, la sua mente era già stata manipolata, resa incapace di ragionare autonomamente. “Lei pensa solo a quello che lui ha piantato nella sua testa, non ha più una mente propria”, ha rivelato Netty, sua cugina, dipingendo un quadro desolante di controllo mentale.
Naomi, all'epoca soprannominata “Nomz”, si è convinta di aver trovato il suo posto nel mondo, il suo “luogo di appartenenza”. In un momento di lucidità, ammette nel documentario: “Ho vissuto tutta la mia vita senza sapere cosa fosse giusto. Se questo non è giusto, cosa lo è?”. Una frase che svela la profonda confusione e il lavaggio del cervello a cui è stata sottoposta.
Un Tentativo Bizzarro di Conquistare la Regina Elisabetta. La vicenda si fa ancora più sconcertante quando emerge che Bateman, insieme alle sue “spiritual wives”, aveva realizzato un video in cui cantavano, con l'obiettivo di presentarsi alla regina Elisabetta II come potenziali “spiritual wives”. Un gesto surreale che testimonia la grandiosità e la follia del suo progetto.

L'arresto e la liberazione delle donne
La svolta arriva il 28 agosto 2022, quando Bateman viene fermato dalla polizia mentre trasportava diverse donne e ragazze nel cassone del suo camion. Naomi, in quel momento, tentò di difendere il suo aguzzino, implorando la polizia di lasciarlo andare. Ma il destino aveva in serbo qualcos'altro: poco dopo, un'irruzione dell'FBI liberò le donne e le ragazze tenute prigioniere.
Dopo una notte in fuga, Naomi si costituì alle autorità. Ventuno mesi di prigione divennero un periodo di profonda riflessione e risveglio. “Guardandomi indietro, mi sembra di essere stata un'altra persona”, confessa, con amarezza. “È qualcosa di inimmaginabile.”
Oggi, Naomi ha voltato pagina. Studia psicologia all'università, pubblica sui social media il suo percorso di rinascita e ha persino posato per il marito di Christine Marie, la documentarista. “Un anno fa, sono uscita dal tribunale senza sapere cosa mi aspettava. Ero terrorizzata, incerta, sentivo di aver vissuto una vita sottomessa. Sognare in grande era impossibile. Ma più libertà ho sentito, più ho desiderato.”
La sua testimonianza è un monito potente: un grido di liberazione che risuona forte, invitando a non dimenticare le vittime di sette e abusi, e a vigilare costantemente sulle dinamiche di controllo e manipolazione che si annidano in contesti apparentemente innocui. La giustizia, a volte, si fa attendere, ma la verità, alla fine, emerge sempre.