Un pranzo da principessa: la follia dietro le quinte di una bambina nove mesi
Una bambina di nove mesi, abituata al biberon, si ribella al pranzo dei fratellini e chiede un cestino da picnic. Un’inaspettata ossessione per l’estetica del pasto, un’arte in miniatura che consuma il tempo e le energie di una madre.
L’ossessione per il ‘cucina’ perfetto
Partiamo da una base: carote a forma di Jolly Roger, cetrioli che ricordano la Stella di David. Un’operazione complessa, quasi guerriera, per confezionare un pranzo che, a detta della piccola, deve essere ‘un momento’. Un’esigenza, in realtà, più profonda, un tentativo di ancorare l’infanzia a una dimensione di privilegio e, forse, a un futuro che si intende dorato.
L’approccio è volutamente anti-chic: verdure crude, senza sale (il secondo nemico, dopo gli schermi), assemblate con cura maniacale. Un’operazione che si traduce in una ‘psicosi artistica’ di settimana, una ricerca spasmodica di un’armonia visiva, un’impresa che sfocia in un’allegoria della costruzione di un’identità, un palcoscenico dove la bambina interpreterà un ruolo da protagonista.

Dalla ‘cucina’ al caos quotidiano
Ma la routine si spezza quando il pranzo, trasformato in una lumaca impastata, viene somministrato con una canna da spiedino, quasi un’arma. Un ritorno alle radici, a una pratica primitiva, che contrasta violentemente con l’estetica ricercata.
Fuori casa, la disciplina crolla. Pantaloncini strappati? Un’operazione ‘commando’. Latte versato? “Non piangere!”. Ma all’esterno si respira un’aria di spensieratezza, un’energia ‘after-work-on-a-Wednesday’ che spinge a scelte inusuali: rake, zappe e un tosaerba per un bambino di nove mesi. Un’anteprima di una possibile carriera da paesaggista, un’illusione che alimenta la fantasia di un padre che, a sua volta, si immagina il futuro della figlia.

La memoria che sfugge
Eppure, nonostante l’impegno, l’attenzione maniacale ai dettagli, il tentativo di costellare il passato con ‘capolavori’ di semplicità, c’è un’amara consapevolezza: la bambina non ricorderà nulla di tutto questo. I ricordi, come ci ha insegnato la psicologia, tendono a preservare le esperienze traumatiche, non i momenti di placida quotidianità. Il film che stiamo girando per lei sarà, in definitiva, un’opera incompiuta, un’eco sbiadita di un’esistenza che le sfuggirà.
Il mio compito, allora, è quello di fornire un ancoraggio, un porto sicuro in un mare di incertezze. Essere una presenza positiva, un elemento stabile in un mondo in continuo cambiamento. Un ‘non-male’ che, forse, le offrirà un po’ di conforto. E, a proposito, sembra che quella guerra imperiale e quel museo non l'abbiano particolarmente colpito…]